Un viaggio nel passato con Tony Ricciardi

Storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Co-direttore della collana “Gegenwart und Geschichte/Présent et Historie” (Seismo). Dal 2009 coautore del Rapporto italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes. Autore di saggi sulla storia dell’emigrazione italiana in Svizzera, nel 2011 ha vinto il Premio Sele d’Oro Mezzogiorno.
Ha pubblicato, tra l’altro, “Associazionismo ed emigrazione. Storia delle Colonie Libere e degli Italiani in Svizzera” (Laterza 2013) dove racconta la presenza italiana in Svizzera a partire dal secondo dopoguerra e durante tutta la fase della Guerra fredda.
È tra gli autori del primo “Dizionario Enciclopedico delle migrazioni italiane nel mondo” (Ser 2014). Ha curato, con Sandro Cattacin, “Le catastrofi del fordismo in migrazione” (Cser 2014).
L’ultimo lavoro è dedicato alla catastrofe di Mattmark: “Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana” (Donzelli 2015).
Appena pubblicati per le edizioni Seismo (Zürich-Genève) – con/mit/avec Sandro Cattacin e/und/et Rémi Baudouï: “Mattmark, 30. August 1965. Die Katastrophe” e “Mattmark, 30 août 1965. La catastrophe”.

Laltraitalia lo ha intervistato.

Chi è Ricciardi uomo?
Una persona semplicissima: un uomo convinto che gli stereotipi siano la dannazione dell’umanità. Smontarli e abbatterli sono alla base del mio essere e del mio agire. E su tutto, sono abbastanza testardo e tenace. Se mi pongo un obiettivo, ci metterò del tempo, ma prima o poi riesco a raggiungerlo. Almeno credo.

Cosa spinge un giovane storico a concentrare la sua attenzione sull’emigrazione ed in special modo sulla Svizzera?
Intanto perché pochi sanno che la Svizzera fu la meta di quasi il 50% degli italiani che emigrarono nel secondo dopoguerra e poi perché, quando si pensa alla Svizzera, lo si fa intrisi in mille stereotipi. Attenzione, lo stereotipo può essere inteso anche in termini falsamente positivi. E poi mi sono concentrato sulla Svizzera perché l’emigrazione in questo paese, soprattutto quella del secondo dopoguerra, ha visto protagonisti donne e uomini “normali”, ammesso che esista il concetto di normalità, ma ci siamo capiti. Insomma, è stata fatta da gente che non è mai entrata nei libri di storia, che non aveva un nome e un cognome, emozioni, sentimenti. Tantissime persone che generalmente sono state, e continuano ad essere, semplici numeri di una statistica infinita – quella dell’emigrazione.

Trascorre più tempo a Napoli oppure a Ginevra?
Amo Napoli, ma sono irpino. Terra che amo visceralmente. Diciamo che trascorro più tempo in viaggio, in volo. Ovviamente negli ultimi anni sto prevalentemente a Ginevra, anche se il mio lavoro mi porta a viaggiare molto.

Riesce a ritagliarsi un po’ di tempo per la sua vita privata?
Dipende dai periodi. Quando mi tuffo negli archivi vivo molto tempo tra me e i documenti, faccio spesso dei viaggi nel passato cercando di immedesimarmi nel vissuto degli altri. Comunque, il problema della vita privata è relativo, nel senso che quando si ha la fortuna di fare un lavoro appassionante e che ti emoziona, diventa una costante quotidiana. Comunque sì, a volte ci riesco.

Quanto tempo sono durate le ricerche per la stesura del libro “Morire a Mattmark – L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana” pubblicato dall’editore Donzelli?
Le ricerche vere e proprie più di quattro anni. L’idea è iniziata a circolare nella mia testa dal 2006, all’indomani del 50esimo anniversario di Marcinelle. Ovviamente, nel frattempo ho fatto e scritto altro. Mattmark necessitava di maturare nella mia testa e non le nascondo che più maturava e più s’intrecciava con emozioni molto forti.
Perché storicizzare la catastrofe di Mattmark?
Intanto affinché quanto accaduto non venga mai più rimosso dalla memoria collettiva. E poi, perché conoscere, comprendere e entrare nelle vicende di Mattmark mette in luce tutta una serie di contraddizioni che servono, appunto, a superare tanti stereotipi sulla Svizzera e, soprattutto, sull’Italia di quel periodo. La prima raccontava al mondo la sua perfezione, il nostro paese, invece, era impegnato a narrare il proprio boom economico, tralasciando e quasi nascondendo, chi nella sostanza ha contribuito in maniera determinante a quella stagione: i quasi 14 milioni di emigranti del secondo dopoguerra. Per non parlare dei quasi 10 milioni di meridionali che si spostarono nel Nord della penisola.

Perché si può affermare che la catastrofe di Mattmark avvenne per negligenza dei tecnici?
Queste le conclusioni della commissione d’inchiesta internazionale, depositate nel 1970, che non furono prese in considerazione nel processo del 1972. L’instabilità del ghiacciaio era nota da secoli e nel 1949, cinque anni prima che si avviasse la fase progettuale, ci fu un crollo, che provocò dei morti, esattamente a 100 metri da quello del 30 agosto del 1965. In più, nel 1954 ci fu anche la pubblicazione di alcuni scritti scientifici in materia che dichiaravano la pericolosità del sito del ghiacciaio Allalin. Il resto è storia. Tuttavia, la motivazione vera sta nel fatto che all’epoca contava di più l’opera stessa che la sicurezza di chi vi lavorava. Infatti, la mensa, le baracche e le officine furono spazzate, mentre la diga non subì danni. E questo la dice lunga.

Come mai si parla poco dell’emigrazione interna?
Da un lato, perché per noi storici quando un evento è cronologicamente vicino a noi, è difficilmente storicizzabile, dall’altro, e questa forse è la motivazione più profonda, per quanto ricordavo prima. Quando nell’ottobre 1964 viene inaugurato il casello dell’autostrada del Sole che collega Milano a Napoli, termina simbolicamente il boom economico. In altre parole il Nord viene collegato al Sud, ma nel frattempo milioni e milioni di meridionali continuano ad abbandonarlo per il triangolo industriale e per l’estero, in particolare per la Svizzera. Anche se va rilevato come, negli ultimi anni, stia crescendo l’interesse per questo fenomeno e si inizino a contare anche significativi contribuiti in tal senso. Su tutti, da due anni viene pubblicato annualmente un Rapporto sulle migrazioni interne, curato da Michele Colucci e Stefano Gallo.

Com è cambiata l’emigrazione oggi?
Non so se l’emigrazione o le migrazioni cambino o siano mai cambiate. Dipende da come le vogliamo classificare. Mettiamola così. Le partenze di oggi sono comparabili a quelle tra la fine dell’800 e i primi del ‘900. Erroneamente, per il periodo in questione, si è sempre pensato che a partire fossero i braccianti, i diseredati, gli ultimi. Partirono anche quelli, ma in stragrande maggioranza partirono piccoli artigiani, maestranze, proprietari terrieri e lo facevano vendendo tutto e tagliando i ponti con i luoghi di provenienza. Nell’ondata del secondo dopoguerra, si partiva continuando a coltivare il desiderio di tornare e investendo nei luoghi di partenza. Alcuni sono tornati, molti hanno venduto quel poco che hanno costruito. Insomma il flusso non è univoco.
Oggi, invece, si aspira di meno al ritorno, ma sono i concetti di nazione e di patria che iniziano a non essere più attrattivi, o meglio, adeguati al quotidiano. Chi si sposta – va precisato che continuano a spostarsi anche tante braccia, soprattutto nell’ultimo quinquennio – lo fa in una dimensione transnazionale e vive una vita all’interno del contesto professionale che frequenta. Per capirci: non più italiani tra italiani, bensì, architetti tra architetti, medici tra medici o ricercatori tra ricercatori. Insomma, la dimensione internazionale del lavoro incide non poco anche nelle definizioni e nelle categorie interpretative.

Libro Ricciardi

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