Il valore dell’indipendenza

Il 19 luglio di 30 anni fa arrivavo per la prima volta in Inghilterra. Andavo a imparare l’inglese: mi ospitava una giovane coppia, e la mattina andavo a scuola. Arrivai verso le 20.00, perché l’aereo era in ritardo. Pioveva. Sarebbe piovuto per 18 giorni su 21. La mia città era Coventry, senza offesa, una delle più brutte d’Inghilterra, anche perché distrutta dai nazisti durante la II guerra mondiale. Naturalmente la mia casa era in periferia, dovevo prendere un autobus (il 19 o il 29) per andare a scuola. La prima sera fu uno choc: mi misero davanti un piatto di pollo con una salsa di soia, che io non sapevo cosa fosse. Fu l’unica volta che mia madre, al telefono, si mostrò preoccupata. Non c’erano cellulari allora e non c’era la globalizzazione, gli inglesi cucinavano veramente da schifo. Una delle sere successive mi offrii di cucinare gli spaghetti che avevo portato in regalo, così potevo mangiare qualcosa di decente. La prima settimana a scuola fu di una noia mortale: in classe c’erano anche due italiani di Como, fratello e sorella, ma non legammo. Poi, chissà per quale miracolo, mi spostarono di classe e mi mandarono da una vecchia, un’insegnante di storia in pensione brutta e grassa: come la vidi le dissi subito che sarei rimasto lì poche ore, la mia classe era un’altra. Ma poi… In classe c’erano ragazze spagnole, ragazzi e ragazze ungheresi, due turchi… L’insegnante ci divise in gruppi, ci diede una pagina di giornale piena di annunci immobiliari e ci spedì a raccogliere informazioni nelle agenzie. Mi divertii talmente che decisi di restare. Nel weekend (e in quelli successivi) la mia prima volta a Londra, un colpo di fulmine che dura da 30 anni. Avevo sempre fame, si andava da Wimpy in Piccadilly Circus per un panino e, la domenica, a mangiare a Chinatown. Fu allora che scoprii il ristorante cinese… Il freddo, ricordo che faceva tanto freddo quell’estate. In valigia avevo 3 felpe e un pullover e, preso dalla disperazione, cominciai a indossare il pullover sopra la felpa… Ritornai il 9 agosto, non sapendo che quell’esperienza, ripetuta altre 2 volte, mi avrebbe cambiato la vita. Se sono dove sono è grazie a Coventry perché fu allora che, oltre all’inglese, imparai anche il valore dell’indipendenza.

Maurizio Nappa Improta

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